TESTO CRITICO DI:

ATMOSFERE E SILENZI

Chi si avvicina alla produzione di D’Avenia, si tratti di una persona di raffinata cultura o di un amatore d’arte istintivo e viscerale, riceve l’impressione di trovarsi di fronte a un linguaggio semplice e nitido, la cui forza sta appunto nella limpidezza e diretta leggibilità delle immagini. Nessuno, s’intende, è così ingenuo da ritenere che le raffigurazioni siano fine a se stesse: cioè, per intenderci, che il bicchier d’acqua sia e voglia essere soltanto un bicchier d’acqua; è spontaneo pensare che si tratti di simboli, tanto più che di solito i titoli delle opere li esplicitano. Ma i simboli si prestano ad essere variamente letti ed interpretati; ed è legittimo, anzi è una precisa funzione dell’opera d’arte, che ciascuno li ravvisi secondo la propria cultura e sensibilità.

L’incanto espressivo delle opere di D’Avenia è soprattutto questo: noi possiamo leggerle come omaggio alla bellezza della natura o, al contrario, identificazione della natura con l’artificio, anzi come volontà di fermare e congelare metamorfosi e decadimento bloccando l’attimo fuggente (non per nulla D’Avenia intitola una sua opera “L’attimo eterno”); nello stesso tempo possiamo goderle per la loro purezza stilistica. Dietro la quale - è qui che intendevo arrivare con le mie considerazioni – c’è non solo una sapienza di mestiere maturata nel tempo con sempre maggiore padronanza e apparente semplicità, ma un sorprendente accumulo di esperienze culturali; sorprendente perché esso non genera un sovraccarico, ma alimenta un conclusivo nitore.

La “natura morta” intanto: questa inquietante definizione in uso da secoli, partita da considerazioni banali (pezzi di natura staccati dal loro alimento vitale) e divenuta formula o addirittura genere d’arte. Non è difficile rinvenire nelle iconografie e nei modi espressivi della produzione di D’Avenia matrici secentesche: addirittura esplicite; e tuttavia non tradotte in maniera imitativa. In altre parole: Baschenis o chi per esso è alle spalle di questi vassoi con frutta e vasellame, ma la sensibilità e la formula espressiva sono tutt’altra cosa. Non si tratta qui di eleganti rivisitazioni “a la manière de” (il cosiddetto “anacronismo” di qualche decennio fa); qui piuttosto cogliamo la lezione del purismo novecentista; o, quando il discorso si fa più conturbante nella sua apparente freddezza, l’impronta della “nuova oggettività”. E potremmo continuare; scartando, a mio giudizio, interpretazioni metafisico/surreali per giungere piuttosto all’iperrealismo.

E si noti, ancora: D’Avenia ha nel suo curriculum anche una significativa esperienza di restauratore; ma proprio la sua cognizione delle procedure tecniche degli artisti dei secoli addietro gli consente di muoversi liberamente: le conosce, insomma, ma non le imita; casomai vi si ispira; procede secondo proprie scelte, con pittura a corpo e a velature, con stesure su tela appoggiate alla tavola, e così via.

Come dire, l’esperienza è alle spalle e proprio per questo egli è libero di sé.

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Ma veniamo a una lettura diretta delle opere, godibili, come si accennava, indipendentemente da qualunque confronto culturale. Il tema di base potrebbe essere riconosciuto nel silenzio e nella solitudine; la persona – salvati pochi casi su cui tornerò - non appare, ma se ne avvertono con intensità le tracce, che indicano trattarsi di una donna; la scarpa abbandonata sottolinea uno slancio improvviso e suggerisce l’idea dello spogliarsi (il tema è reso più esplicito nel “Percorso di seduzione”); così ne testimoniano la trascorsa presenza i bicchieri semivuoti, la frutta sgranata. E ancora: le immagini interpretano il sentimento d’attesa da parte dell’altro personaggio – anch’esso non visibile - : vasi e cestini di fiori e frutti, e anche gioielli abbandonati sul tavolo sono tracce possibili di una fuga ma anche testimonianza di un richiamo.

Nella produzione più recente la figura femminile compare anche in forma diretta: ma lo straordinario è che, mentre nella rappresentazione di fiori e frutti la si avverte presente nel suo pieno respiro anche se non la si vede, le donne raffigurate ci appaiono lontane ed estranee; due femmine che rappresentano Scilla e Cariddi sono appunto due scogli remoti e inattingibili, il passato della cultura.

Persino le belle giovani colte all’interno di un ambiente domestico che si vestono, si spogliano, sono separate da noi; sono in attesa, simbolo di una solitudine forse invalicabile.

Questa purissima chiarezza espressiva non fa che comunicarci enigmi e misteri, lontananze e silenzi. Una pittura tanto più simbolica quanto più concreta.