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Nasce così nella riflessione una pittura che poi cattura le cose, edificando sontuose “nature morte” che rappresentano la parte centrale del lavoro di D’Avenia, e oggetti, interni, una realtà moviolata, fatta di immagini bloccate in cui i piccoli particolari, richiamati con una precisione si direbbe fiamminga, assumono un generale valore metaforico. Gli oggetti stanno lì sul dipinto non per manifestare la propria esistenza, di cui pure potrebbero essere pittoricamente orgogliosi, tanto la resa è esatta, ma soprattutto per riannodare la trama spezzata di un racconto, per delineare, nella loro composizione e nei loro rapporti, un giudizio, una paura, un dramma, una gioia, uno di quegli infiniti brividi che popolano i giorni e la vita. Già la manifesta intenzione simbolica, nel predisporre una composizione (la forma) quale strumento per raccontare storie di vita attraverso gli oggetti o fissare i fotogrammi dell’esistenza (motivazione o impulso creativo) dovrebbe di per sé fugare il campo (e giustamente il problema è stato posto da Antonino Principato) dal possibile errore in cui la pittura di D’Avenia può indurre, offrendosi ad una visione parziale e, per ciò stesso, mutilante e falsa.
E’ indubbio che la resa pittorica delle cose e degli oggetti è di straniante precisione. Sembra quasi che la pittura sia mossa da una sorta di virtuosismo dell’esattezza, da una maniacale tensione mimetica che gareggia con la realtà rappresentata nella sua lucida oggettività all’interno di una luce atmosferica che accentua il precisionismo dell’immagine.
…D’Avenia proprio per aver scelto il dialogo con una illustre e storica tradizione, con un procedimento pittorico di altri secoli; per aver scelto, al tutto, una “pittura di silenzio” in un “mondo di rumore”, non sembra appartenere al passato. Né al passato si rivolge con quell’atteggiamento che hanno assunto i pittori anacronismi che di fronte a sé pongono non la realtà, ma il museo. Certo anche l’artista messinese sceglie i suoi maestri (Caravaggio, Baschenis, Ingres) ma la loro lezione vale per riguardare il presente.
…Nel proporre i suoi “paesaggi di cose” l’artista messinese non procede mai con accostamenti spiazzanti, ma utilizza solo oggetti coerenti: sicchè non vedrei in questa pittura niente di surreale, come pure è stato detto, ma soltanto una forte e diretta carica simbolica che proprio perché transita attraverso oggetti immobili, o meglio ridotti all’immobilità, assume un valore di eternità, di assoluto, di metafisico.
…Ma proprio nella immobilità eterna, nella vita silente, nella assolutezza formale in cui e di cui vivono le cose, si annida forse il significato più profondo della pittura: il suo continuo alludere, cioè, alla perenne caducità. Tanto più la forma è perfetta, non più perfezionabile, tanto più si avverte il senso della possibile perdita, l’agguato della sconfitta.
Questo ci guida meglio nell’osservare quel grande capitolo dei “Racconti” che è dedicato all’amore. Un amore vissuto, consumato, atteso, che sa di desiderio e di vigilia così come di ricordo; un amore interrotto che scotta di rimpianto e di delusione; un amore di cui la pittura offre sempre un prima e un dopo ed i cui oggetti, nella loro semplicità, mostrano proprio il suo essere un rebus di difficile soluzione. Tutto questo raccontano gli oggetti nella loro inerte presenza; una presenza fatta di semplicità, di silenzio, di ammiccamenti e di respiri.
A parte qualche dipinto (soprattutto di recente l’artista si sta dedicando alla figura) mai un uomo o una donna è presente nella pittura immobile di D’Avenia, eppure poche volte il rapporto d’amore dolce, sensuale, sessuale, triste come un addio, felice come un’intesa appena raggiunta, appare così esplicito come in questi dipinti.
…Insegue la bellezza D’Avenia, ma nella sua lentissima corsa inciampa nelle ferite del tempo, avverte la pena dell’emarginazione, la tristezza della solitudine. Così la natura morta rappresenta al tempo stesso ciò che vorrebbe e ciò che duole, il mondo possibile e il mondo che ci è dato.
…Proprio in questa precisione, vanificando la distinzione tra il vero, la realtà e le immagini pittoriche, la pittura mostra il suo inganno. O meglio, dell’esistenza, mostra l’inganno. Con un chicco d’uva, una mela, un fico, un fiore, un oggetto. Tutti compagni di un’avventura esistenziale che è scommessa, vizio, gioco, bellezza e perdizione. Piccole cose che raccontano grandi storie, così come il granello di sabbia ci sa dire del mare o il filo d’erba delle foreste.
E’ una vita silente che non vuole morire e il suo spazio, piuttosto, cerca nell’assordante rumore del presente che ci impedisce, invece, di vedere persino il mare e le foreste.
Lucio Barbera da “Racconti”, Palazzo del Monte di Pietà - Messina,1998
Sbaglierebbe chi volesse trovare nell’arte di Michele D’Avenia e lo farebbe in senso molto riduttivo solo e soltanto influenze dettate dalla corrente detta iperrealista (sharp focus) che ebbe un effimero momento di fortuna verso gli anni Settanta. Nei suoi dipinti, infatti, ciò che a una prima e superficiale osservazione può sembrare un rifacimento “tout-court” dell’immagine fotografica con la tecnica della pittura, attraverso un perfezionismo quasi maniacale da “pittore fiammingo” che registra e fissa per sempre, con precisione estrema, meticolosi particolari ed essenza corporea delle cose, ad un esame più approfondito si rivela carico di simbolici significati che solo “quel tipo di pittura” è in grado si evocare e contestualizzare. Non, comunque, il simbolismo che prevale sull’esasperazione realistica di un Wainer Vaccari, e non l’iperrealismo mistificatorio e demitizzante di un Tom Wesselmann, ma un “ipersimbolismo” che trova le sue radici nella grande tradizione della pittura manierista e barocca italiana.
…Di un realismo caravaggesco si può parlare, nella misura in cui le opere di D’Avenia registrano la verità dei fatti senza indulgere nelle facili invenzioni, nelle convenzioni, ma piuttosto stimolano l’artista alla ricerca del vero, che può essere una sua verità, ma sempre autentica e genuina, al di là di una falsa ricerca del “bello”. E per cogliere questa verità, bisogna cogliere la flagranza del suo accadere, ora.
…Questo raccontare in “presa diretta “ è tipico di D’Avenia ma non si ferma qui, nelle raffigurazioni animate…
…Il racconto prosegue, e si fa ancora più inquietante, nelle raffigurazioni “inanimate” dove, in un terribile silenzio, l’artista sciorina con tecnica magistrale e sensibilità non comune un lungo repertorio di oggetti, ognuno con una sua piccola grande storia da raccontare…
…Schegge di vita che D’Avenia ricompone, con una prodigiosa e raffinata tecnica da “trompe l’oeil” tanto cara ai barocchi, dal suo e dal nostro “mare della memoria”, per lasciare poco spazio al vuoto, quell’ “horror vacui” angosciante che portava Gian Lorenzo Bernini a riempire di immagini concrete lo spazio. Oggetti morti che vivono perché, fra poco, saranno ripresi dalle mani dei loro rispettivi proprietari. Oggetti resi perspicui dal sapiente uso del colore, dalla delimitazione della forma, dalla condensazione dell’immagine, sorprendente in un pittore autodidatta e, ancor più sorprendente, se si pensa che la tecnica è quella tradizionale, olio su tela o tavola, e non il sofisticato aerografo…
Antonino Principato da “Momenti”, Paladiana - Milazzo,1993
…Strumenti musicali, libri, fogli di musica, frutti, oggetti usuali estraniati in accostamenti surreali caratterizzano le “semplici” ma studiatissime composizioni di Michele D’Avenia, strutturate sovente su di un unico piano d’appoggio ben delineato e circoscritto, che accentua la lucida analisi del reale. Il culto intellettuale del disegno blocca in una solenne immobilità-eternità “metafisica” le forme naturali, estremamente controllate e bilanciate, riprodotte con massima fedeltà mimetica tanto da assumere la consistenza di una seconda realtà…
…La pittura di D’Avenia sa costruire una forma “plastica” a “tutto tondo”, immersa in una luce tersa-cristallina, che esalta l’aspetto tecnico, l’ordine o l’apparente disordine razionale, oltre un calcolato cromatismo che supera l’osservazione del vero…
…Attraverso la visione di Michele D’Avenia riusciamo a raggiungere la rinnovata scoperta di una nuova dimensione del reale tra simbolismo e mistero.
Caterina Ciolino da “Frammenti di vita”, Teatro Vittorio Emanuele Messina,1995
…A prima vista un acuto e lucido realismo sembra caratterizzare la sua pennellata densa e succosa, conclusa e controllata insieme, con la quale il pittore inscrive la materia pittorica o in un cerchio ora reale ora ideale, elemento comunque magico di simbolica perfezione, o in un bilanciato equilibrio formale di una composizione globale pregna di una atmosfera di estrema tensione.
Dalle pieghe sinuose di un drappo, dal piano raffinato di una figura geometrica sembrano innalzarsi, come se da quelli avessero la loro ragione di essere, trasparenze e lucide morbidezze di frutta, di fiori, di cristalli, di carni umane, disposte in trionfi di grazia nei quali la simmetria va ancora più lontano: entra nei dettagli delle parti, le paragona tra di loro e con il tutto, scende sin nelle ombre che contornano con eleganza scorci di solitudini, di risvegli, di ritorni, di seduzioni, di lontananze ed emarginazioni.
…La dimensione temporale chiaramente umanizzata nelle tele di D’Avenia viene trascritta in termini di proportio e di claritas alle quali il pittore stesso affida i suoi valori di rigorose contemplazione e riflessione. Lontananza è, così, la serica compiutezza di un frutto carnoso che se ne sta in disparte dai suoi simili. Passione è il dorato rosseggiare di un pomo sfacciato sul freddo rigore della pietra. Solitudine è la languida maturità di un fior di loto che si crogiola sui suoi umori. Seduzione è la sferica trasparenza di una, dieci, cento perle che sinuosamente allungano le loro spire di erotismo. Il mare? E’ insieme lontananza, passione, solitudine, seduzione, che si eternano nel blu cangiante di un infinito da capogiro. La maternità? E’ un accartocciarsi di sentimenti che si fanno strada nel gioco degli istinti tra nudità e coperture, tra brucianti solitudini e spinose dolcezze, tra palpiti frementi e sommerse tristezze. Ed è dal buio che nasce un ritorno, da un risveglio che si fa cosciente la forza di un incontro d’amore, mentre il trompe l’oeil della vita disegna finzioni di fata morgana.
La forma di D’Avenia non è solo uno schema visivo, ma è cosa concreta che nasce da una necessità interna di quella “visione” o di quella “forma”. Un’ispirazione che diventa realizzazione (due momenti inscindibili delle opere del nostro) attraverso un lavoro alla maniera antica, (appreso grazie ad un lungo esercizio di bottega) con la tradizionale levigatura delle tele, cui seguono l’imprimitura e la successiva velatura. E’ solo in tale momento che lo svolgimento dell’arte ha inizio e il suo farsi da commozione in rappresentazione avviene, sul piano della composizione, con un assiduo, febbrile ritorno di colore. Quando la sua sublimazione compone il sentimento dell’artista e la sua espressione formale, la “visione” dell’artista medesimo diviene visibilità dell’opera.
Ed è a questo punto che noi la riconosciamo come se l’avessimo già incontrata e la individuiamo come se l’avessimo conosciuta da sempre.
Patrizia Danzè da “Trame e percorsi”, Galleria L’Airone Messina, 2000
…Un artista come Michele D’Avenia conferma come, in effetti, il mordersi la coda di tutto l’iter iperrealista consisteva appunto nella sua assoluta deficienza di ironia, di mediazione fantastica e metafisica, di negate inquietudini, di emozioni in formalina. Un realismo che per non vivere lo spazio di un mattino si vide costretto ad attaccarsi in coda l’aggettivo di “magico” oppure a fare uso della visione ravvicinata sino al collasso prospettico, alla deidentificazione dell’oggetto portato alla sua più completa estraneità. E’, quella di D’Avenia, una pittura-pittura, con radici antiche ma assolutamente contemporanea, che non tende a rappresentare ma usa del rappresentato, un fare arte ambiguo e intrigante che lievita emozione nel ghiacciato cortocircuito di una immagine fissata nel tempo e nello spazio.
La tensione al virtuale, la tesi non più azzardata della fotografia come tela del futuro si affacciano sulla ipotesi digitale della pittura di oggi. La tentazione è forte: fotografare la realtà per poi addomesticarla in un deviante percorso di sussulti emotivi conseguenti? Michele D’Avenia rifiuta questo assunto e fissa la ragione e la memoria come inquadratura interrotta di un remake infinito. Quasi che la iterazione dell’immagine, o delle immagini, diventi particolare universale, definitivo, irrinunciabile: la trama di un racconto da cui partire, un racconto colmo di complicità e di tensioni, con un accanimento quasi maniacale sulla solitudine e sul protagonismo dell’oggetto immerso in un tempo senza tempo.
Questi agguati metafisici situazioni insieme di abbrividita memoria e di purissima definizione sono le polarità di Michele D’Avenia. Se per Ventrone si è parlato di trasfigurazione luministica della natura per il pittore messinese ci si deve ricondurre alla grande matrice di quella finzione naturalistica in cui l’artista abbandona il modello per la trascendenza della invenzione pittorica, rifiuta il vero fotografico per una composizione mentale e tutta interiore. Nature morte, situazioni, figure - pur nella loro alta definizione - restano nella realtà naturale, non divengono mai materiali da surgelare, ripresentare e consumare pronti per l’uso.
In ogni opera dell’artista la caducità dell’esistenza tracima nella porosità della vita. Nel prima, nel durante, nel dopo qualcosa accade o è accaduto, resta nell’aria, respira nelle cose. E il tempo racconta. Anche la lucentezza di un frutto, il suo abbandonarsi su un davanzale improbabile o su una mensola o su una architettura sono proiettati in un infinito di tempo o in un tempo infinito: meditazione affettuosa su una possibile perdita di identità o mutazione o estraniamento o comunque diaframma sottile tra realtà e finzione.
Valerio Grimaldi da “Michele D’Avenia: nelle stanze della memoria”, La Repubblica, 2001
…Messi in evidenza dalla luce e disposti con rigore prospettico, i “frammenti di vita” e le nature morte si consegnano agli sguardi dei visitatori con una precisione quasi maniacale, da miniatura, ma andando ben oltre a qualsiasi idea di “fotografia”. Sulla scia di Caravaggio, D’Avenia determina gli ambienti e le situazioni con la luce trasversale, strumento indispensabile per conferire forza e drammaticità ai suoi ambienti, alle passioni, agli interni, alle nicchie, ai volti.
Seguendo l’impostazione della luminosità secentesca, l’artista rappresenta la realtà con un profondo senso di mistero e una forte carica simbolica. E’ molto interessato alle sfumature e ai particolari in tutti i suoi lavori che sono oli o su tela o su tavola. Il disegno in tutti riveste un’importanza fondamentale.
…Non ci sono valenze politiche nel lavoro del pittore né denunce di carattere storico. Semmai il disagio di vivere in un mondo che va sempre più uniformandosi ai modelli imposti dai mass-media. Questa sensazione di fastidio sembra tradursi nelle opere di Michele D’Avenia in un desiderio: quello di inserire nel proprio orizzonte visivo e soggettivo interpretazioni sulla bellezza e sulla perfezione, scoperte attraverso lo studio degli artisti antichi e recenti.
…Opere che, con il loro linguaggio plastico, raggiungono talvolta una sintesi iperrealista che comunica una composta commozione e sottolinea un forte desiderio di Bellezza.
C’è nella ricerca di D’Avenia, condotta con la passione di un archeologo, uno spessore particolare che la rende affascinante: l’aspirazione di catturare sia le immagini delle realtà passate, rintracciate nelle opere d’arte, sia le risonanze attuali delle emozioni e dei sentimenti contemporanei. L’obiettivo è fondere questi due aspetti con un’opera di conciliazione figurativa.
Maria Angela Masino da “Immagini antiche, emozioni attuali”, La Gazzetta del Sud, 1995
…Il linguaggio di D’Avenia corrisponde ad una ben precisa scelta espressiva, cui sottende, come egli afferma, la volontà di essere un vero pittore. Dipingere significa disegnare, misurare, ma anche usare la tecnica, astrarre, governare il conturbante gioco della luce e del colore.
…Ma è proprio la calligrafica rappresentazione del prosaico, dai fiori, ai limoni, ai peperoncini, o l’assemblaggio apparentemente scoperto degli oggetti a palesarne la straniante allusività. Infatti, se è vero che ogni artista si salva dal “pericolo” del vero ritraendosi un suo intimo rifugio, D’Avenia senza paventare di misurarsi con la realtà, la elude con innocente astuzia, riproponendo l’eterna problematicità del reale e bloccando gli oggetti in una silente atmosfera atemporale.
Patrizia Danzè da “Gli oggetti esaltati nei dipinti”, La Sicilia, 1998
…O è forse illogico ritenere che la civiltà figurativa con il suo, spesso miope, trend transnazionale, non debba incominciare a tener conto della realtà della cultura europea, rivedendone, con attenzione e maggiore umiltà, l’enorme bagaglio al fine di rifondarne la linea portante? Su questo ultimo aspetto si offre la pittura del messinese Michele D’Avenia (Sesto San Giovanni, 1964); egli costituisce, col suo ritorno alla pittura, il desiderio di preservarla da ogni possibile contaminazione. I suoi “percorsi di seduzione” invitano ad una realtà allusiva sul piano simbolico e sui rimandi psicologici…
Aldo Gerbino da “Giovani artisti crescono”, Stilos, 1999
…Un bicchiere sporco di rossetto, una mela appena morsa, raffigurati dall’abile pennello di Michele D’Avenia, dicono, silenziosi, come la vita venga spesso privata della sua armonia e come solo l’arte riesca, grazie alla categoria del bello, a restituirne l’incanto…
Tania Toscano da “Girotondo per la pittura con Messina Art Pride”, La Sicilia, 2002
Chi ha il dubbio che egli si rifaccia a forme o immagini così nette cade in errore, poiché si tratta in ogni modo di traslati “artistici” di realtà. Se allora l’arte non è imitazione del reale, è pur vero che questi suoi quadri di oggetti e di figure ritratti con sapiente perfezionismo di particolari nulla hanno a che fare con una realtà “diversa” dalla pittura (il fotografismo), per essere stati creati con materiali e risorse tecniche che fanno parte dell’arte del dipingere. Di fronte al luminoso nitore delle sue tele, pensavo al grande “impressionista” Renoir, quando parlando di “verosimiglianza” affermava che è molto difficile trovare il punto esatto ove deve arrestarsi su una tela l’imitazione della natura!
…Perciò questi “Momenti”, raccolti in brevi motivi tematici, formano un elegante, composito “décor” di piccoli spaccati spaziotemporali; la mise-en-scene di figure e oggetti correlati da istanze, che D’Avenia ha “sentito” e fissato felicemente in essi, per farci ricomporre dai singoli frammenti il nostro mosaico esistenziale…
Nino Cacìa da “Un sorprendente autodidatta”, La Voce, 1994
…L’ornato geometrico non è la meta primaria di D’Avenia (messinese). Sotto quella apparenza “bella” della forma e del colore ribolle un “vulcano” d’emozioni, un guazzabuglio senza logica, un indecifrabile sottobosco spirituale. Un canto pacato e morbido che sprigiona dagli interstizi lasciati dalle forme un vuoto desolante. Una pittura che mentre finge di rappresentare scava in profondità…
Patrizia Danzè da “Cinque grandi creativi per la figurazione in mostra all’Airone”, La Sicilia, 2002
…D’Avenia merita la definizione di realista per due motivi: la prima definizione lo vuole di scuola realista per l’immediatezza e la levigatezza del suo tocco pittorico. La seconda non è una definizione ma una coscienza: i suoi soggetti, per quanto presenti, sono evanescenti, fuggono dalla scena nell’attimo in cui si affacciano. Un velo di nostalgia scende sui suoi quadri, avvolge il ricordo del non-cè. E’ l’assente presenza di questi tempi:qualcuno si strugge e scappa via, qualcuno lascia una lettera su un tavolo e poi si alza; si confonde tra gli spettatori e contempla da lontano, indifferente, la memoria del proprio vissuto…
Rosalia Peluso da “A San Gennaro”, La Bardinella, 1996
…La natura morta è il soggetto più ricorrente dei quadri di D’Avenia. Ma il termine “morta”, in questo caso, potrebbe trarre in inganno: ogni oggetto racconta un passato e suggerisce un futuro. Un’immagine statica che propone un continuo divenire…
…E’ un invito a chiedersi cosa è successo prima, e a fantasticare sul “dopo”.
…C’è un racconto, una storia, una vita dietro ogni particolare, dietro la pagina aperta di un libro, o la scarpa lasciata cadere su uno scalino. D’Avenia rivaluta anche quella che, ad un occhio disattento, appare insignificante…
Viviana Strano da “Sulle ali dell’Airone”, Centonove, 2000
…Michele D’Avenia fisicizza nella pittura le situazioni allertate dalla possibilità e dall’imminenza dell’imprevisto. Le sue immagini sono di nitida evidenza, ma l’ambientazione suggerisce il mutabile con lo sforzo della memoria che nulla vuole perdere di ciò che hic et nunc è vitale nella più evidente pregnanza.
Angelo Calabrese da “Così vicini, così lontani”, Domani, 1996
…Formatosi direttamente alla “palestra” del lavoro di “bottega”, l’artista, multiforme nelle sue esperienze, tra le quali un posto rilevante occupano quelle di restauratore (e, in specie, di dipinti antichi) e di scenografo è, tuttavia, alla pittura ed alla sua paziente coltivazione che dedica esclusivamente, da alcuni anni, il suo tempo.
La professionalità acquisita e l’ “arte” di destreggiarsi con colle e oli lo hanno condotto ben presto alla maturazione di una scelta stilistica che mantiene tuttora coerentemente.
…Ma quel che caratterizza la sua pittura è questo amore per la minuziosità, per il dettaglio, per il particolare che, se tecnicamente lo induce ad un lavoro febbrile di “mano” per passare e ripassare il colore, sino alla conclusiva e conclusa patinatura finale, espressivamente rappresenta l’approdo, tela per tela, di lunghe e laboriose “narrazioni” che necessariamente devono sostanziarsi di precisione calligrafica. Come dire che i “percorsi” dell’artista Michele D’Avenia non possono non nutrirsi di rigore e laboriosità tecniche e che soltanto così quelle atmosfere e quelle trame acquistano un significato che va oltre la pulitezza formale. Insomma, la “bellezza” delle tele di D’Avenia non rappresenta soltanto la sublimazione del quotidiano (perché è a questa sfera che si fa riferimento, ma è anche da questa sfera che ci si vuole allontanare), ma costituisce il pretesto per raccontare sottilmente, in maniera assai meno scoperta e quindi più raffinata, di “storie” di amori-passioni, di solitudini-emarginazioni, di sentimenti-seduzioni.
…Un lungo respiro narrativo che vibra sotto imperturbabili superfici di limpida “perfezione”quasi a riproporre la perenne problematicità del reale, che non può non fare i conti con l’assillante aspirazione al Bello.
Patrizia Danzè da “Michele D’Avenia e l’assillante aspirazione al Bello”, La Sicilia, 2001
…Michele D’Avenia rappresenta sicuramente uno dei migliori nomi della nuova pittura italiana contemporanea. Apprezzato già in tutto il Paese, attivo in aree milanesi ed emiliane (invitato anche all’edizione di “Arte Padova 2000” e notato da Vittorio Sgarbi), rimane tuttavia una persona di squisita umiltà e di profonda consapevolezza.
…Nature con frutta, accarezzate da pulviscoli di luce ambrata. Scorci di paesaggi irreali, segnati da fasti impensati, assorti in malinconie di riverberi tenui. E ancora il calore amabilmente contemporaneo dei suoi interni, dove un bicchiere mezzo pieno reca ancora le tracce di un passaggio umano (nella maggior parte dei casi femminile), e un filo di perle abbandonato agli angoli di un magico fondale ci riconduce alla presenza di una vitalità forte, solare, ma sempre rispettosa delle forme e delle armonie.
C’è Caravaggio, il Caravaggio della migliore stagione, dietro questa magnifica arte della post-modernità, un esempio che insegna formule di luce, che elabora alchimie del colore, laddove il realismo supera addirittura la realtà stessa addentrandosi nei territori emotivi e pulsanti del mistero delle cose e dell’esistere…
Luigi La Rosa da “D’Avenia, realismo magico”, Centonove, 2002
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